Autore Topic: LA MORTE DEI PENSHOW ITALIANI 8 ANNI DOPO  (Letto 467 volte)

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Offline turin-pens

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LA MORTE DEI PENSHOW ITALIANI 8 ANNI DOPO
« il: Febbraio 24, 2019, 11:32:14 am »
Correva l'anno 2011 ed era gennaio quando su questo forum, si parlò a lungo della morte dei penshow italiani. Oggi, a distanza di 8 anni da quel primo topic, 24h dall'ultimo penshow milanese e dopo una lunga chiaccherata davanti ad un piatto di fettuccine, mi chiedo cosa effettivamente sia cambiato nei penshow italiani.
Purtroppo, devo ammettere che la risposta più onesta che si possa dare è NIENTE come se il trascorrere del tempo e dei penshow, abbia in verità appianato e livellato il tutto verso il basso, verso la mediocrità di eventi sempre più circoscritti dove vecchi parrucconi se la cantano e se la suonano da oltre 25 anni.
Personalmente vado per i 40 anni e ho memoria dei Penshow dall'età di circa 12 anni anno più anno meno, eppure i volti e le persone che incontro sono da sempre le stesse, segno che forse qualcosa non è andato per il verso giusto, sempre che, chi organizza i Penshow, abbia mai pensato che ci fosse un verso giusto.
Certo di tanto in tanto qualche volto nuovo e qualche giovane in più c'è ma come dice il proverbio, una rondine non fa primavera e gli innesti giovani, invece che apportare freschezza e gioia di fare, data la loro limitata presenza, non fanno altro che prolungare l'agonia di un corpo forse troppo vecchio e agonizzante per esalare l'ultimo respiro.
Quindi cosa fare? Tirare a campare finché dura, oppure avere il coraggio di staccare la spina e dare il colpo di grazia al vecchio drago?
Personalmente, sono per staccare la spina e da lì ripartire, tentando un balzo evolutivo affinché una nuova generazione di pen show e collezionisti si facciano avanti per promuovere nuovi eventi con format completamente differenti.
Chi mi conosce sa che da tempo, ho intrapreso attraverso il Turin Penshow un percorso di rinnovamento, tentando con alterne fortune dei format via via differenti e cercando di portare sempre qualcosa di nuovo. Certo non è abbastanza, servirebbe molto di più ma per ora, contando soltanto sulle mie forze oltre a questo non è possibile ottenere, anche se quello raccolto  fino ad ora, soprattutto con le edizioni 2016, 2017 e 2018 ha avuto un buon riscontro sia di pubblico che di critica. Riposare però sugli allori non è cosa saggia e così, credo che sia giunto il momento di un ulteriore colpo di reni, per la serie, o ci si evolve ancora, oppure il Turin Penshow muore.
E gli altri pen show? Come accennato ieri si è svolta l'edizione 2019 di quello milanese, dove per la prima volta ho sentito sia gli organizzatori, sia diversi espositori parlare apertamente della necessità di trovare una sede più grande e luminosa.
Certo, se pensiamo che l'ACPS esiste da almeno 25 anni e che il problema location sia finalmente all'ordine del giorno mi fa ben sperare. Magari tra altri 25 anni si riuscirà a risolverlo in maniera definitiva e ci si renderà anche conto che il format dei pen show in questo modo, sono morti, almeno qui in Italia... Dopotutto, è sufficiente pensare che l'ultimo pen show milanese è stato organizzato in un cubicolo di circa 6 metri x 9. Metteci dentro circa 15/20 banchi e una sessantina di persone e capirete ben bene da soli che tempo 3 minuti e l'aria si vizia di aromi non proprio piacevoli. Senza contare la scarsità di luce e la possibilità di muoversi con una certa tranquillità.
Se questo lo definiamo un pen show, secondo me, siamo veramente alla frutta. Personalmente, ho passato più tempo fuori al bar che tra i banchi a girare come un solifugo in cerca di ombra.
Se devo pensare al futuro dei pen show italiani, ritengo che un evento come quello di Milano sia esattamente tutto ciò che un vero pen show non dovrebbe essere. Infatti, se dall'equazione Milano leviamo per un momento il problema "sede dell'evento" cosa rimane della giornata di ieri? Un manipolo di persone quasi ottuagenarie o giù di lì, le quali si conoscono più o meno tutte, riunite a fare qualche affare. In pratica una cosa non molto dissimile da una setta carbonara e affini.
La cultura in tutto questo dov'è? I giovani in tutto questo dove sono? La bellezza in tutto questo dov'è? Le novità dove sono? Come possono pensare che tutto questo possa affascinare qualche conoscente, amico o semplice curioso? Al di là del lato affaristico, cosa può lasciarmi un evento così?
Certo i problemi sono tanti, e risolverli non è facile, anzi sembra quasi impossibile trovare il bandolo della matassa, eppure bisogna provarci a tutti i costi per non fare morire quel poco che ancora c'è di buono e noi ultimi collezionisti di penne stilografiche con loro.



Offline Fenice

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LA MORTE DEI PENSHOW ITALIANI 8 ANNI DOPO
« Risposta #1 il: Febbraio 24, 2019, 14:05:21 pm »
Più che parlare di morte (più o meno cerebrale), direi che si trovano in uno stato di mummificazione (vds. partecipanti ... veri e propri pezzi da museo).

Credo che sia improntato sul guadagno dai banchi che espongono a discapito di una divulgazione culturale.

Manca il gioco, per coinvolgere i bambini e il divertimento per invogliare generazioni più giovani.

Come si spiega che io, nel mio piccolo, ho fatto “intrippare” con stilografiche e calligrafia, due bambine di 7 e 11 anni e un ragazzino di 13???

Ah già ... a me non viene in tasca nulla! Ecco la differenza!


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Online Giuseppe Tubi

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Re:LA MORTE DEI PENSHOW ITALIANI 8 ANNI DOPO
« Risposta #2 il: Febbraio 24, 2019, 16:44:10 pm »
Aggiungo anch'io qualche considerazione, più a beneficio dei lettori che non erano presenti ieri e magari neppure ai penshow recenti, dove questi discorsi ce li siamo fatti "de visu".
Innanzitutto vorrei chiarire che a mio parere sul banco degli imputati non vanno messi tanto gli organizzatori quanto la formula di queste manifestazioni. E' vero che poi ci possono essere capacità di sapere fiutare il cambiamento con più o meno anticipo, ma non credo che sia questo il centro della riflessione da farsi.
Innanzitutto è mia convinzione che la formula "mostra mercato" della stilografica sia agonizzante in ragione del fatto che è agonizzante il collezionismo delle stilografiche.
Il virus è sempre lo stesso, che ha colpito e ridotto in fin di vita altri tipi di collezionismo, per esempio quello dei giocattoli: l'avidità di chi gonfia il prezzo degli oggetti sino a livelli totalmente avulsi dal loro valore intrinseco.
Il primo e irreparabile effetto indotto è quello di inibire il ricambio generazionale, perché le parole giovani e tasche piene di soldi ben raramente fanno rima.
Le prime da condannare sono le case costruttrici, Montblanc in testa, e la loro sciagurata politica delle Serie Limitate e numerate, inflazionate e proposte a prezzi inverosimili. Oltre ad identificare agli occhi dei più un sogno irrealizzabile, hanno anche legittimato il concetto che una penna può valere milioni di Lire ieri e migliaia di Euro oggi.
Insomma, l'epilogo è quello che sopravvive un ristretto manipolo di collezionisti per forza di cose abbastanza in età e con almeno discrete disponibilità economiche che hanno iniziato la loro collezione diversi decenni fa e che oggi sono alla ricerca esclusivamente dei pezzi più pregiati perché il resto l'hanno già o neppure gli interessa averlo.
Fortunatamente si sta affermando una nuova forma di utenza che comprende essenzialmente i giovani: gente che le penne le vuole usare e le sceglie in base al feeling percepito nello scrivere. Si interessano anche alle penne vintage probabilmente perché hanno compreso che a parità di prezzo si può avere una penna qualitativamente migliore rispetto alle nuove, ma poco importa loro della nazionalità e della marca, ed il fatto che la penna scelta possa anche essere rara è tuttalpiù un valore aggiunto.
I commercianti oggi dicono che ormai è il pennino che fa vendere la penna e che tutti lo vogliono flessibile. Su quanto questa richiesta sia consapevole e ponderata stenderei un velo pietoso, ma è comunque gente che vuole scrivere, che subirà una scrematura, magari anche ampia, ma tra di loro è molto probabile che emerga qualcuno che non si contenterà solo dell'appagamento che nell'utilizzo una stilografica regala rispetto a biro e roller, ma vorrà magari andare oltre ed imparare la calligrafia con la C maiuscola.
Le manifestazioni future sulle penne, che si chiamino ancora Penshow o meno, dovranno saper gestire ed indirizzare questo cambiamento che vede sempre la penna quale protagonista, ma non più come oggetto di culto, ma come strumento da utilizzare al meglio.

Offline stefano_R

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Re:LA MORTE DEI PENSHOW ITALIANI 8 ANNI DOPO
« Risposta #3 il: Febbraio 25, 2019, 19:00:36 pm »
premesso che gli assenti hanno sempre torto, ed io a Milano non c'ero, leggendo i commenti sul forum mi sono posto una domanda: perchè non c'ero?
La risposta sta in quello che gli amici hanno scritto con dovizia di particolari, più o meno "diretti" o "espliciti": la formula è zoppicante, la possibilità di trovare qualcosa di interessante a prezzi abbordabili quasi nulla, le location non proprio invitanti, un calo generale dell'attenzione verso il "collezionismo", pompato e gonfiato a fini speculativi, dove il VERO collezionista quasi mai ci guadagna, o forse non gli interessa nemmeno.
Io non sono ottuagenario, ma nemmeno 'giovane', mi ritrovo in una terra di mezzo dove pur avendo vissuto l'età d'oro delle penne stilografiche (anni 80-90) con tutti i suoi fasti ed i suoi eccessi, ho continuato comunque ad appassionarmi a questo mondo, spostando via via l'attenzione alla calligrafia, agli inchiostri, al pennino flessibile o a quello piatto, ma sempre sporcandomi le mani, esercitandomi, leggendo e cercando in giro nuovi spunti.
Forse dobbiamo mettere sul piatto tutte queste valutazioni e trovare un PenShow 3.0 per poter coinvolgere veramente le generazioni che tra un pò potranno decidere se seppellire definitivamente questo mondo o ...resuscitarlo.
Io ci sto......

Offline Fenice

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Re:LA MORTE DEI PENSHOW ITALIANI 8 ANNI DOPO
« Risposta #4 il: Febbraio 26, 2019, 07:29:06 am »
Ritengo che sia un mondo "da salvare", anche se le case produttrici per prime non aiutano di certo.

Bisogna far capire che la penna stilografica:
1) è nata per SCRIVERE, non per essere collezionata
2) deve essere alla portata DI TUTTI (in primis gli studenti) e non a pannaggio dei soliti facoltosi!
3) è più comoda (perchè più scorrevole) di una sfera e quindi per gli studenti è l'ideale, specialmente se devono scrivere tanto

Ora, supponiamo di essere uno studente delle superiori / liceo.
Entra in una cartoleria o al supermercato e ci trova le Pelikan Twist - scorrevolissime, per l'amor di Dio, ma il tratto è troppo generoso per sostenere quaderni di pessima qualità -.
Poi pensa alle cartucce ... e ci trova solo i classici royal blue (slavato) o nero (che intasa) o rosso (che fa cagare).
Non sa che ci sono Lamy, Pilot, Platinum economiche (sotto i 20 euro).
Non sa che ci sono le boccette di inchiostro da 3 euro per 30 ml. che ti durano mesi e mesi e mesi.
Non sa che, se "sacrifica" 2 giochi per l'X-BOX può comperarsi una SAILOR Sapporo con pennino in oro che durerà più del suo percorso di studi.
Per lui, penna stilografica vuol dire o Pelikan Twist scolastica che spiuma o Montblanc a prezzi folli.
Se poi si ritrova davanti a penne ex Delta, torna alle sfere in un nanosecondo, se si trova davanti ad Aurora dovrebbe addirittura scegliere tra una delle sue penne o l'Iphone.

Aurora una penna perfetta l'aveva fatta: LA AURETTA LUSSO. Una penna che è un carroarmato. Perfetta per gli studenti, ma, anche lei come Montblanc, degli studenti se n'è altamente sbattuta, e ha preferito investire "sui facoltosi" (poi però crea un'Officina della Scrittura a misura di bambino! L'ipocrisia allo stato puro!)

Ecco perchè sono incazzata! Ecco perchè non recensisco più penne stilografiche!

Si potrebbe obiettare che alcune case hanno preferito investire, per ragioni di marketing, su pochi pezzi a prezzi esorbitanti (tanto chi le compera c'è sempre)
E allora Pelikan? Platinum? Lamy? Pilot? (e stiamo parlando del colosso PILOT).
Tutte case che hanno avuto l'umiltà di pensare "verso il basso".

Quindi non stupisce che i Penshow altro non siano che una "setta" di vecchietti danarosi e non ci sia spazio per i giovani! Sono lo specchio del mercato pennistico attuale!

I giovani non se lo possono permettere ... quindi evitano l'umiliazione di avvicinarsi a qualcosa che non è alla loro portata.



Altro problema: immaginiamo di riuscire a trovare una produzione economica alla portata di tutti.
Tutti felici?
No, perchè nelle nostre aule scolastiche viene imposta la REPLAY!!!
Spesso le insegnanti VIETANO l'uso della penna stilografica in classe, asserendone la "pericolosità".
Ecco! Io andrei in classe, con una bellissima sfera (pilot a punta fine) e glie la conficcherei in un occhio per 5 cm. Una volta constatato il decesso forse si renderebbero conto che anche le sfere sono pericolose?


Abbassare i prezzi, entrare nelle scuole e convincere "i vertici" a testare "il cambiamento".
Così si "coltiva" una nuova generazione di amanti della penna stilografica!
Non di amanti del "culto del bello", ma di amanti della comodità, della praticità, della scrittura come forma di espressione!

Nelle scuole tedesche sono obbligatorie le penne stilografiche!

Ma noi siamo in Italia ...e io sono parecchio incazzata.

Offline Resvis71

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Re:LA MORTE DEI PENSHOW ITALIANI 8 ANNI DOPO
« Risposta #5 il: Febbraio 26, 2019, 10:56:37 am »
Aggiungo anch'io qualche considerazione, più a beneficio dei lettori che non erano presenti ieri e magari neppure ai penshow recenti, dove questi discorsi ce li siamo fatti "de visu".
Innanzitutto vorrei chiarire che a mio parere sul banco degli imputati non vanno messi tanto gli organizzatori quanto la formula di queste manifestazioni. E' vero che poi ci possono essere capacità di sapere fiutare il cambiamento con più o meno anticipo, ma non credo che sia questo il centro della riflessione da farsi.
Innanzitutto è mia convinzione che la formula "mostra mercato" della stilografica sia agonizzante in ragione del fatto che è agonizzante il collezionismo delle stilografiche.
Il virus è sempre lo stesso, che ha colpito e ridotto in fin di vita altri tipi di collezionismo, per esempio quello dei giocattoli: l'avidità di chi gonfia il prezzo degli oggetti sino a livelli totalmente avulsi dal loro valore intrinseco.
Il primo e irreparabile effetto indotto è quello di inibire il ricambio generazionale, perché le parole giovani e tasche piene di soldi ben raramente fanno rima.
Le prime da condannare sono le case costruttrici, Montblanc in testa, e la loro sciagurata politica delle Serie Limitate e numerate, inflazionate e proposte a prezzi inverosimili. Oltre ad identificare agli occhi dei più un sogno irrealizzabile, hanno anche legittimato il concetto che una penna può valere milioni di Lire ieri e migliaia di Euro oggi.
Insomma, l'epilogo è quello che sopravvive un ristretto manipolo di collezionisti per forza di cose abbastanza in età e con almeno discrete disponibilità economiche che hanno iniziato la loro collezione diversi decenni fa e che oggi sono alla ricerca esclusivamente dei pezzi più pregiati perché il resto l'hanno già o neppure gli interessa averlo.
Fortunatamente si sta affermando una nuova forma di utenza che comprende essenzialmente i giovani: gente che le penne le vuole usare e le sceglie in base al feeling percepito nello scrivere. Si interessano anche alle penne vintage probabilmente perché hanno compreso che a parità di prezzo si può avere una penna qualitativamente migliore rispetto alle nuove, ma poco importa loro della nazionalità e della marca, ed il fatto che la penna scelta possa anche essere rara è tuttalpiù un valore aggiunto.
I commercianti oggi dicono che ormai è il pennino che fa vendere la penna e che tutti lo vogliono flessibile. Su quanto questa richiesta sia consapevole e ponderata stenderei un velo pietoso, ma è comunque gente che vuole scrivere, che subirà una scrematura, magari anche ampia, ma tra di loro è molto probabile che emerga qualcuno che non si contenterà solo dell'appagamento che nell'utilizzo una stilografica regala rispetto a biro e roller, ma vorrà magari andare oltre ed imparare la calligrafia con la C maiuscola.
Le manifestazioni future sulle penne, che si chiamino ancora Penshow o meno, dovranno saper gestire ed indirizzare questo cambiamento che vede sempre la penna quale protagonista, ma non più come oggetto di culto, ma come strumento da utilizzare al meglio.

Concordo, con applauso.

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