Autore Topic: Codice deontologico per il collezionista di stilografiche  (Letto 8079 volte)

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Offline pedewall

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Codice deontologico per il collezionista di stilografiche
« il: Settembre 10, 2013, 22:27:45 pm »
Anni addietro, nel defunto forum di Lion&Pen, si era parlato del Codice Deontologico del Collezionista di Stilografiche e se ne erano delineate le linee guida anche se contestate.
Vorrei riprendere tale argomento proponendovelo in modo che unitariamente si possano elaborare una serie di linee guida alle quali il collezionista di penne dovrebbe attenersi.
Ho pensato di chiamarlo M.A.R.R.S. Metodi Accettati di Ripristino-Restauro delle Stilografiche che mi sembra un nome facile da ricordare per il richiamo ad un dolcetto penso ben conosciuto anche se non si hanno nipoti.
Ecco questa sorta di decalogo:

1. Cerca di riparare senza fare danni.
2 . Qualsiasi restauro deve essere reversibile .
3 . La ricolorazione o riannerimento della ebanite non viene fatto per scopi collezionistici
4 . Placcare con nuovo oro le finiture non è fatto per fini collezionistici.
5 . Le stilografiche della nostra collezione non dovrebbero essere più lucide di quelle nuove.
6 . Nel restauro si devono utilizzare solo parti originali.
7 . Il pennino non deve essere modificato rispetto alla sua forma originaria.
8 . Un sistema di riempimento deve essere sostituito solamente con altro uguale. Le stilografiche antiche non devono subire modifiche radicali del sistema di carica (ad esempio aggiungere un converter all’interno di una eyedropp).
9 . Un metodo di restauro non in sintonia con lo stato originale della stilografica, non deve essere fatto anche se rende la penna funzionante; queste non possono far parte di una collezione di penne antiche.
10 . Conoscere le nostre penne.  Si tratta di scoprire se la penna che abbiamo in mano è un raro esemplare da conservare per i posteri, oppure è un modello abbastanza comune sul quale si può tranquillamente fare esercizio e sperimentazioni. Prima di fare una qualsiasi modifica ad una penna di cui ben poco si conosce del nome, marchio o stile, cercare di scoprire quanto possibile su di essa prima di procedere.

Per una proficua discussione sarebbe opportuno soffermarsi sui singoli punti che compongono il decalogo, prima di aggiungerne altri e argomentare su essi sino ad arrivare ad un testo condiviso, ma stringato, difficile discutere con facilità di tutti i dieci punti contemporaneamente. 
Naturalmente tutto è perfettibile.

Aspetto le vostre idee che spero siano sempre improntate ad un dialogo costruttivo anche se alcuni punti possono essere controversi.
Per una volta parliamo di penne senza descriverle.



Offline Marlowe

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Re:Codice deontologico per il collezionista di stilografiche
« Risposta #1 il: Settembre 10, 2013, 23:41:59 pm »
A occhio credo che solleverai un vespaio.

Condivido quasi tutto ma per esempio non il punto "5 . Le stilografiche della nostra collezione non dovrebbero essere più lucide di quelle nuove". Se l'obiettivo è di evitare certe tecniche elettrochimiche, o addirittura al laser, va bene, se invece si utilizza un solvente e l'olio di gomito non ci trovo nulla di male.
Anche su questo "6 . Nel restauro si devono utilizzare solo parti originali". avrei da dire. Le parti originali spesso non ci sono più, oppure hanno prezzi proibitivi, e allora che si fa, si nega a una vecchia stilo di tornare a funzionare? L'importante è dire che restauro è stato fatto e che parti si sono usate.
A me dà molta soddisfazione scrivere con una vecchia signora di ottant'anni fa. Non a tutti i costi e non snaturando la penna stessa, ma allora questo vale per ogni tipo di restauro.
Interessante invece l'ultimo punto, quello sul conoscere le penne. Ma non solo per i fini lì indicati, ma perché la conoscenza, e il discutere magari per giorni o mesi su un dettaglio tecnico, è qualcosa di più di un passatempo, e un fatto che apre la mente.
Hasta!

Offline Wallygator

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Re:Codice deontologico per il collezionista di stilografiche
« Risposta #2 il: Settembre 11, 2013, 11:53:23 am »
Diciamo che una buona parte del decalogo é condivisibile, ma  qualche passo mi lascia perplesso: in primis l'utilizzo di soli ricambi originali.
Poiché, se consideriamo il dettato alla lettera,  la sostituzione di una barretta di pressione degli anni 30/40 con una di produzione più recente non dovrebbe essere ammessa, come pure un serbatoio di lattice/ silicone...ecc..

Per quel che concerne l'ebanite concordo sul fatto che l'annerimento mediante vernici o simili non sia ammissibile, ma il cosidetto metodo fornet?

La sostituzione degli anellini persi o distrutti?

Al momento non mi viene altro....





Online Giuseppe Tubi

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Re:Codice deontologico per il collezionista di stilografiche
« Risposta #3 il: Settembre 11, 2013, 12:16:51 pm »
Anche se non concordo pienamente su tutti i punti, un grosso e sincero complimento all'amico Paolo per avere introdotto un argomento inteligente, interessate sul quale sicuramente s'innescherà uno scambio di opinioni che mi pregusto già, certo che avverrà col solito spirito costruttivo e senza che nessuno si atteggi da detentore della verità.
Vediamo; sul punto 2. "Qualsiasi restauro deve essere reversibile" ho qualche perplessità: se si ricostruisce una parte di celluloide o di ebanite sbeccata? Non si può certo pensate di farlo rimovibile. Né, direi, siamo in un contesto da opere d'arte nel quale il rifacimento di una parte è volto a restituirne l'aspetto integro ma allo stesso tempo è "dichiarato" e ben riconoscibile per non generare un falso.
Contravvenendo un pò alle raccomandazioni di Paolo, direi che il decalogo dovrebbe essere incrementato per alcuni aspetti deontologici sullo spirito col quale si vive il collezionismo in generale. Per esempio, per me il collezionismo è in gran parte caccia, ed è gratificante scovare nuove prede, possibilmente pagandole prezzi decisamente inferiori al loro valore di mercato, altrimenti che gusto c'è? Non per tirchieria, ma secondo me pagare una penna il suo prezzo arrivato ha senso quando è il classico tassello mancante, o comunque quando è talmente rara che l'acquistarla rappresenta un'opportunita irrpetibile che presumibilmente mai si ripresenterebbe.
Altrimenti, estremizzando il concetto, uno dalle ampie possibilità potrebbe comprarsi una collezione già bella e fatta. Avrebbe senso?

Offline pedewall

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Re:Codice deontologico per il collezionista di stilografiche
« Risposta #4 il: Settembre 11, 2013, 23:23:58 pm »
I miei pensieri verranno scritti in blu in risposta a quelli in nero di chi ha sinora partecipato.
Non mi pongo certo come moderatore di questa discussione o detentore della verità e su alcuni punti ho molte perplessità, benché sia autore di parte del decalogo proposto, ma solo col contributo di tutti si può riuscire ad arrivare ad un possibile codice deontologico condiviso.
Sinora vi sono stati diversi spunti ai quali aggiungo le mie riflessioni.

Marlowe scrive:

punto "5 . Le stilografiche della nostra collezione non dovrebbero essere più lucide di quelle nuove". Se l'obiettivo è di evitare certe tecniche elettrochimiche, o addirittura al laser, va bene, se invece si utilizza un solvente e l'olio di gomito non ci trovo nulla di male.
Anche io penso che non vi sia nulla di male a lucidare le nostre penne, ma non deve essere un fatto ossessivo tale da rimuovere le scritte pur di dare brillantezza all’oggetto. In ogni caso vernici colorate non si dovrebbero utilizzare.
Ad esempio alcune penne early, come la Eagle (quella con la cartuccia di vetro), avevano la parte esterna di ottone interamente verniciata di nero o di rosso; anche se rovinate o scrostate non le si dovrebbe mai riverniciare.

Anche su questo "6 . Nel restauro si devono utilizzare solo parti originali". avrei da dire. Le parti originali spesso non ci sono più, oppure hanno prezzi proibitivi, e allora che si fa, si nega a una vecchia stilo di tornare a funzionare? L'importante è dire che restauro è stato fatto e che parti si sono usate.
Incomincio dalla fine: a chi lo si deve dire e perché?
Ad un amico collezionista o a chi si tenta di vendere la penna?
Penso che sia normale ripristinare un sistema di riempimento con quello che si trova disponibile rispettando per quanto possibile i criteri originali, ma non ritengo che un fermaglio rotto o mancante debba essere sostituito col primo che si trova, ma a questo punto ritorniamo al punto 10: come era originariamente fatta quella penna e che clip aveva?

Interessante invece l'ultimo punto, quello sul conoscere le penne.
Qui si apre una voragine: chi fa più ricerche storiche? D’accordo che non tutti sono portati o hanno tale predisposizione o curiosità, però sono gli stessi che vogliono formulare la domanda su internet  e trovare la risposta pronta, ma ricerca=denaro.

Walligator scrive:
in primis l'utilizzo di soli ricambi originali.
Poiché, se consideriamo il dettato alla lettera,  la sostituzione di una barretta di pressione degli anni 30/40 con una di produzione più recente non dovrebbe essere ammessa, come pure un serbatoio di lattice/ silicone...ecc..
Come detto precedentemente la ragionevolezza ci deve guidare e non portarci a realizzare un falso.
ma il cosidetto metodo fornet?
La sostituzione degli anellini persi o distrutti?
Se il riannerimento della ebanite o rimozione dello zolfo superficiale viene fatto per soddisfare un nostro gusto o capriccio personale ha un significato, ma se viene eseguito per rivendere il pezzo spacciandolo come penna “alla menta” (near mint) tacendo il trattamento eseguito, allora……..siamo su un altro pianeta …e non commento.
Sulla sostituzione degli anellini ho molti dubbi e perplessità, ed in generale sono convinto che si debbano sostituire a patto che si sia sicuri che la penna originale li avesse (si torna al punto 10).


Giuseppe Tubi scrive:
sul punto 2. "Qualsiasi restauro deve essere reversibile" ho qualche perplessità: se si ricostruisce una parte di celluloide o di ebanite sbeccata? Non si può certo pensare di farlo rimovibile. Né, direi, siamo in un contesto da opere d'arte nel quale il rifacimento di una parte è volto a restituirne l'aspetto integro ma allo stesso tempo è "dichiarato" e ben riconoscibile per non generare un falso.
Mi ripeto: a chi lo si deve dichiarare se la riparazione viene fatta per noi?
In ogni caso mi sembra giusto ripristinare parti rotte, magari un cappuccio di una penna di ebanite che è praticamente impossibile trovare un ricambio, ma come giustamente fai capire, è il fine che giustifica questa riparazione: non la faccio per creare un falso da rivendere a qualcuno.
La reversibilità del restauro: non devo trasformare un sistema di riempimento a…… con altro………solo per realizzare un modello unico, “transizionale” che solo io ho e che vendo a caro prezzo; lo faccio su penne comuni e per divertimento o perché la voglio utilizzare comunque. Quanti sistemi di riempimento incontriamo vistosamente cambiati?

il decalogo dovrebbe essere incrementato per alcuni aspetti deontologici sullo spirito col quale si vive il collezionismo in generale.
Sicuramente questa è una giusta domanda che ognuno di noi dovrebbe darsi trovando la risposta.
Il raccogliere, il catalogare, la caccia, lo studio, l’hobby della riparazione, l’emozione della ricerca, l’apertura mentale che si ha nel dialogare con altri di oggetti ben conosciuti etc, proseguite voi.

Mi viene in mente uno scritto del defunto M. Fultz (noto collezionista americano le cui penne sono state vendute all’asta lo scorso anno) in cui raccontava di aver trascorso una giornata a percorrere ore e ore di strade tortuose per raggiungere uno sperduto podere in cui si doveva tenere un’asta di penne.
Lungo il viaggio fantasticava su cosa avrebbe potuto trovare e raccontava di come il fantasticare del viaggio fosse stata la parte migliore della giornata perché venivano poi messe in vendita solo penne molto comuni e prive di valore collezionistico.











Online turin-pens

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Re:Codice deontologico per il collezionista di stilografiche
« Risposta #5 il: Settembre 12, 2013, 00:10:05 am »
Tutto molto interessante, difficile dare una risposta unica, anzi secondo me sarebbe più opportuno esaminare punto per punto.

Quello che però trovo più interessante è la possibilità come per altro giustamente detto da Paolo di utilizzare questo come punto di partenza e non certo di arrivo.
Ad esempio in che modo si può migliorare il codice deontologico? cosa c'è di giusto e cosa invece sarebbe da rivedere in parte o completamente? Quali punti invece sarebbero da sostituire completamente?

Ad esempio secondo me un punto importante da aggiungere sarebbe quello di differenziare il collezionista dal commerciante, ovvero chi colleziona realmente per il puro gusto di collezionare e chi invece è maggiormente sedotto dall'aspetto economico.

Altro punto potrebbe essere la netta distinzione tra riparazione e restauro.

 :set2010094:

Online Giuseppe Tubi

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Re:Codice deontologico per il collezionista di stilografiche
« Risposta #6 il: Settembre 12, 2013, 10:19:28 am »
Mi viene in mente una considerazione che mi sono dimenticato di esprimere in merito alla lucidatura delle penne che non deve eccedere rispetto a quella d'origine.
Ma c'è qualcuno che può dire di conoscere il livello della lucidatura di una penna uscita dalla fabbrica negli anni '30? Se in quegli anni aveva già raggiunto l'età della ragione per potere avere un ricordo preciso, oggi costui sarebbe ultra centenario. Inoltre potrebbe essere un ricordo di un ottantina di anni addietro tanto vivido da poter essere comparato oggi? Già, perché anche nei rari casi in cui si ha la fortuna di trovare una penna intonsa nella sua scatola, è quasi certo che il materiale un minimo d'alterazione in superficie l'abbia subita, non vi pare?
Fermo restante l'assunto sul rispetto delle incisioni, sul quale non si può che essere daccordo, a mio parere tutta la lucentezza che si riesce ad ottenere è benvenuta. Naturalmente in modo "naturale", non certo ricorrendo a lacche e diavolerie simili. Vade retro!

Offline Marlowe

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Re:Codice deontologico per il collezionista di stilografiche
« Risposta #7 il: Settembre 12, 2013, 10:35:33 am »


Marlowe scrive:

punto "5 . Le stilografiche della nostra collezione non dovrebbero essere più lucide di quelle nuove". Se l'obiettivo è di evitare certe tecniche elettrochimiche, o addirittura al laser, va bene, se invece si utilizza un solvente e l'olio di gomito non ci trovo nulla di male.
Anche io penso che non vi sia nulla di male a lucidare le nostre penne, ma non deve essere un fatto ossessivo tale da rimuovere le scritte pur di dare brillantezza all’oggetto. In ogni caso vernici colorate non si dovrebbero utilizzare.
Ad esempio alcune penne early, come la Eagle (quella con la cartuccia di vetro), avevano la parte esterna di ottone interamente verniciata di nero o di rosso; anche se rovinate o scrostate non le si dovrebbe mai riverniciare.

Anche su questo "6 . Nel restauro si devono utilizzare solo parti originali". avrei da dire. Le parti originali spesso non ci sono più, oppure hanno prezzi proibitivi, e allora che si fa, si nega a una vecchia stilo di tornare a funzionare? L'importante è dire che restauro è stato fatto e che parti si sono usate.
Incomincio dalla fine: a chi lo si deve dire e perché?
Ad un amico collezionista o a chi si tenta di vendere la penna?
Penso che sia normale ripristinare un sistema di riempimento con quello che si trova disponibile rispettando per quanto possibile i criteri originali, ma non ritengo che un fermaglio rotto o mancante debba essere sostituito col primo che si trova, ma a questo punto ritorniamo al punto 10: come era originariamente fatta quella penna e che clip aveva?

Interessante invece l'ultimo punto, quello sul conoscere le penne.
Qui si apre una voragine: chi fa più ricerche storiche? D’accordo che non tutti sono portati o hanno tale predisposizione o curiosità, però sono gli stessi che vogliono formulare la domanda su internet  e trovare la risposta pronta, ma ricerca=denaro.



Rispondo a mia volta per quanto mi compete.
Punto 5: siamo d'accordo.
Punto 6: lo si dovrebbe dire - non certo confessare come si trattasse di un delitto - se si vende una penna, ma anche, certo non obbligatoriamente, a un amico collezionista per puro interesse interesse e scambio di informazioni. Come del resto facciamo qui dentro.
Ultimo punto: lo definisco interessante, e certo che quando si usa il termine "conoscere" lo è sempre. Ma anche quel termine è appunto vago, può voler dire tutto e il contrario di tutto, né il concetto per sua natura può essere codificato. La conoscenza è sempre un fatto soggettivo, affidato alla sensibilità, alla cultura, alla curiosità e anche ai mezzi.

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Re:Codice deontologico per il collezionista di stilografiche
« Risposta #8 il: Settembre 12, 2013, 10:47:29 am »
Io invece che soffermarmi sulla questione lucidatura prima di tutto proverei ad espandere il codice deontologico con alcuni punti che inserisco prima del punto 1 e che contrassegno col numero 0.X

0.1 La penna stilografica non è un'opera d'arte realizzata in un pezzo unico.

0.2 La penna stilografica è un prodotto industriale pensato per essere replicato in migliaia di esemplari.

1. Cerca di riparare senza fare danni.
2 . Qualsiasi restauro deve essere reversibile .
3 . La ricolorazione o riannerimento della ebanite non viene fatto per scopi collezionistici
4 . Placcare con nuovo oro le finiture non è fatto per fini collezionistici.
5 . Le stilografiche della nostra collezione non dovrebbero essere più lucide di quelle nuove.
6 . Nel restauro si devono utilizzare solo parti originali.
7 . Il pennino non deve essere modificato rispetto alla sua forma originaria.
8 . Un sistema di riempimento deve essere sostituito solamente con altro uguale. Le stilografiche antiche non devono subire modifiche radicali del sistema di carica (ad esempio aggiungere un converter all’interno di una eyedropp).
9 . Un metodo di restauro non in sintonia con lo stato originale della stilografica, non deve essere fatto anche se rende la penna funzionante; queste non possono far parte di una collezione di penne antiche.
10 . Conoscere le nostre penne.  Si tratta di scoprire se la penna che abbiamo in mano è un raro esemplare da conservare per i posteri, oppure è un modello abbastanza comune sul quale si può tranquillamente fare esercizio e sperimentazioni. Prima di fare una qualsiasi modifica ad una penna di cui ben poco si conosce del nome, marchio o stile, cercare di scoprire quanto possibile su di essa prima di procedere.

Offline Mrbones67

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Re:Codice deontologico per il collezionista di stilografiche
« Risposta #9 il: Settembre 12, 2013, 11:13:49 am »
Mi viene in mente una considerazione che mi sono dimenticato di esprimere in merito alla lucidatura delle penne che non deve eccedere rispetto a quella d'origine.
Ma c'è qualcuno che può dire di conoscere il livello della lucidatura di una penna uscita dalla fabbrica negli anni '30? Se in quegli anni aveva già raggiunto l'età della ragione per potere avere un ricordo preciso, oggi costui sarebbe ultra centenario. Inoltre potrebbe essere un ricordo di un ottantina di anni addietro tanto vivido da poter essere comparato oggi? Già, perché anche nei rari casi in cui si ha la fortuna di trovare una penna intonsa nella sua scatola, è quasi certo che il materiale un minimo d'alterazione in superficie l'abbia subita, non vi pare?
Fermo restante l'assunto sul rispetto delle incisioni, sul quale non si può che essere daccordo, a mio parere tutta la lucentezza che si riesce ad ottenere è benvenuta. Naturalmente in modo "naturale", non certo ricorrendo a lacche e diavolerie simili. Vade retro!
Secondo me come il bocchino di una pipa nuova!

Online Giuseppe Tubi

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Re:Codice deontologico per il collezionista di stilografiche
« Risposta #10 il: Settembre 12, 2013, 12:20:14 pm »
Ho fatto bene a complimentarmi con Pedewall per l'argomento introdotto: come era facile prevedere la discussione sta decollando. Ottimo!

Offline Wallygator

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Re:Codice deontologico per il collezionista di stilografiche
« Risposta #11 il: Settembre 12, 2013, 14:20:26 pm »
Una considerazione che abbraccia vari punti del decalogo: quale considerazione diamo alla componente edonistica insita (chi più chi meno) in ogni collezionista?
La domanda che mi pongo è un po' alla Catalano (cfr. quelli della notte):  E' meglio avere una penna blasonata tutta originale, ma ridotta ad una ciofeca, piuttosto che la stessa ripulita, lustrata ecc. risistemata in maniera che mi appaghi anche la vista?

Altra considerazione: quali sono le varianti oggettive che fanno sì che una penna possa essere considerata di essere tramandata a futura memoria? 

Online Giuseppe Tubi

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Re:Codice deontologico per il collezionista di stilografiche
« Risposta #12 il: Settembre 12, 2013, 15:31:37 pm »
Tornando sull'argomento della rimessa a nuovo delle penne, pur con qualche perplessità (come da mio precedente intervento) sul concetto della brillantezza originaria, sposo a pieno il concetto che interpreto volesse esprimere Pedewall: al bando quegli interventi che conferiscono alle penne quell'aspetto innaturale che, pur difficile da stigmatizzare a parole, direi possa essere efficacemente reso dal parallelo con un intervento di chirurgia estetico decisamente eccessivo, che con l'intento di attenuare gli effetti dell'invecchiamento finisce per trasformare in una improbabile maschera il soggetto che l'ha subito.
Provo a riportare il concetto sugli oggetti da scrittura: generalmente l'aspetto della doratura di un fermaglio di una penna di oggi ha un aspetto ben diverso da quello delle dorature dell'epoca. Non so se sia un'impressione mia, né tecnicamente da cosa ciò derivi, anche se è abbastanza evidente che le tecniche non siano più le stesse. Ed è anche questo piuttosto difficile da descrivere, ma anche le dorature sulle parti metalliche assumano lo stesso aspetto "piatto" (non trovo aggettivo migliore) di dorature e cromature (è lecito chiamarle così?) che oggi riescono a fare sulla plastica.
Se su un oggetto di oggi, piaccia o meno, una simile finitura è coerente, trasposta su una penna d'epoca le conferirebbe un aspetto decisamente fasullo.
Non so se sono stato spiegato....

Offline Mrbones67

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Re:Codice deontologico per il collezionista di stilografiche
« Risposta #13 il: Settembre 13, 2013, 08:19:32 am »


Marlowe scrive:

punto "5 . Le stilografiche della nostra collezione non dovrebbero essere più lucide di quelle nuove". Se l'obiettivo è di evitare certe tecniche elettrochimiche, o addirittura al laser, va bene, se invece si utilizza un solvente e l'olio di gomito non ci trovo nulla di male.
Anche io penso che non vi sia nulla di male a lucidare le nostre penne, ma non deve essere un fatto ossessivo tale da rimuovere le scritte pur di dare brillantezza all’oggetto. In ogni caso vernici colorate non si dovrebbero utilizzare.
Ad esempio alcune penne early, come la Eagle (quella con la cartuccia di vetro), avevano la parte esterna di ottone interamente verniciata di nero o di rosso; anche se rovinate o scrostate non le si dovrebbe mai riverniciare.

Anche su questo "6 . Nel restauro si devono utilizzare solo parti originali". avrei da dire. Le parti originali spesso non ci sono più, oppure hanno prezzi proibitivi, e allora che si fa, si nega a una vecchia stilo di tornare a funzionare? L'importante è dire che restauro è stato fatto e che parti si sono usate.
Incomincio dalla fine: a chi lo si deve dire e perché?
Ad un amico collezionista o a chi si tenta di vendere la penna?
Penso che sia normale ripristinare un sistema di riempimento con quello che si trova disponibile rispettando per quanto possibile i criteri originali, ma non ritengo che un fermaglio rotto o mancante debba essere sostituito col primo che si trova, ma a questo punto ritorniamo al punto 10: come era originariamente fatta quella penna e che clip aveva?

Interessante invece l'ultimo punto, quello sul conoscere le penne.
Qui si apre una voragine: chi fa più ricerche storiche? D’accordo che non tutti sono portati o hanno tale predisposizione o curiosità, però sono gli stessi che vogliono formulare la domanda su internet  e trovare la risposta pronta, ma ricerca=denaro.



Rispondo a mia volta per quanto mi compete.
Punto 5: siamo d'accordo.
Punto 6: lo si dovrebbe dire - non certo confessare come si trattasse di un delitto - se si vende una penna, ma anche, certo non obbligatoriamente, a un amico collezionista per puro interesse interesse e scambio di informazioni. Come del resto facciamo qui dentro.
Ultimo punto: lo definisco interessante, e certo che quando si usa il termine "conoscere" lo è sempre. Ma anche quel termine è appunto vago, può voler dire tutto e il contrario di tutto, né il concetto per sua natura può essere codificato. La conoscenza è sempre un fatto soggettivo, affidato alla sensibilità, alla cultura, alla curiosità e anche ai mezzi.

Mi sembra che ormai, con tutto ciò che si è scritto sulle lucidature, ripristino ebanite ecc., arrivare a togliere le scritte rientri, più che nell'ossessività, nel masochismo puro!
Aggiungo che, a mio dire, il Fornet (o come TW segnala altrove, meglio ancora il Puliforn!) rende un po' più visibile le scritte in quanto riesce a togliere quel po' di zolfo fuoriuscito e depositato persino dentro di esse.

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Re:Codice deontologico per il collezionista di stilografiche
« Risposta #14 il: Settembre 13, 2013, 08:27:07 am »
Però così facendo, il discorso è incentrato quasi esclusivamente su quanto e come sia corretto lucidare le penne invece che nell'analizzare i vari punti del Codice deontologico e della sua crescita oppure è soltanto una mia impressione?

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